La Meteora

La Meteora
“ La Meteora”

A quelle persone che, meravigliosamente nella mia ormai oltrepassata maturità, hanno saputo sostituirsi con adorabile comprensione, premure e consigli a quel padre che fin dalla più tenera età mi è sempre mancato: A Marilì, Nora, Marcello, Stefano, Giusy, Letizia e Acquarelli del gruppo virtuale dei bipolari Mabip. E a tutte quelle anime in pena che come noi si portano dietro sia la benedizione sia, purtroppo, la croce.
Un ringraziamento particolare a Gabriella, mia cara amica da anni, poiché senza saperlo, parlandomi dei suoi momenti da meteora, mi suggerì il titolo di questo racconto.

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Al cader della mia quarantaquattresima primavera, leggendo un libro sui metodi psicologici per diventare longevi, fissai ossessivamente, a mo' di marchio, in questi miei, tra l'altro, malati neuroni, l'idea che sarei vissuto centovent'anni. Ed eccomi qua, quasi giunto al traguardo.
E' incredibile come passano gli anni! Eppure, anche se può sembrare insolito, gli ultimi della mia esistenza li ho vissuti in un incubo, ai miei occhi infinito ed eterno, dal quale solo la morte mi avrebbe miracolosamente risvegliato. E proprio per questo c'è soltanto un motivo, e solo che uno, per cui vorrei restare ancora per qualche secolo in questo mondo: per le scoperte delle future generazioni sui poteri misteriosi della mente, che debellerebbero questo orologio ipotalamico, che non solo a mo' di tarlo mi risveglia puntualmente alla stessa ora anche se voglio dormire, ma fa pure da calendario, scandendo il mio tormentato o felice vivere, fedele a quanto preventivamente accordato. Il mio desiderio sarebbe più che altro il soddisfacimento di una curiosità, di cui neppure Lucifero, penso, mi negherebbe il diritto, ma arrivato a questo punto posso anche sbattermene altamente.
Questa specie di bomba installata come un congegno ad orologeria svizzera, ma, ahimè, senza pulsante di arresto, mi costringe ad andare avanti contro la mia volontà. Forse incollai questa pazzia così accanitamente nel mio cervello per contrastare le mie variopinte e deliranti idee di suicidio quando, nelle mie costanti, ma inaspettate oscillazioni dell'umore, cadevo irrimediabilmente nella depressione più nera, in quel tormentato, doloroso inferno, che mi portava alla finestra per farmi prendere il volo verso l'infinito. Infatti, e per fortuna, trovandomi in un momento di apatico equilibrio, decisi di acquistare casa al primo piano. L'avrei desiderata al piano terra e con giardino, ma senza alberi poiché mi sentivo pure attratto dal sollevarmi con una corda, ma purtroppo non erano a portata delle mie tasche. Al di là del fatto che era un appartamento, la sua disposizione strana, tipica dei centri storici, mi dava il privilegio dell'isolamento e, soprattutto, l'apertura della finestra della sua soffitta al secondo piano, dove avevo deciso di relegarmi, permetteva soltanto il passaggio al gatto.
Mi ripetevo inoltre e costantemente, tanti erano i miei progetti, che vent'anni dopo la pensione non mi sarebbero bastati per realizzarli. Non potevo accontentarmi di arrivare ad essere un nonnetto normale, sarei morto con l'anima in pena e di via crucis ne avevo già subite abbastanza, più quelle future traditrici che mi restavano ancora lungo il cammino.
Stupido che non sono altro! Pensavo di cavarmela così facilmente! Era tutto così perfettamente programmato! “Il sottocontrollo” mi soprannominarono i miei compagni di scuola tanto ero preciso e costante nella mia preparazione perché nessun saggio o interrogazione mi cogliesse a sorpresa. “Michele? Fidanzate? Ah, ne so ben poco tanto è immerso nei suoi pensieri e faccende. Di certo però, non mi preoccupo! Anche se non so mai cosa stia macchinando quella testolina, sta di fatto che tutto, dico proprio tutto, lo porta avanti!” Rispondeva con fierezza alle sue amiche la mia adorabile mammina, quando con un po' di maligna curiosità femminile le chiedevano di me, insinuando, senza sapere delle mie serate alquanto sfrenate di passione con le loro figlie, che forse ero dell'altra sponda.

Ma come mai non mi era venuto in mente che il diavolo ci mette sempre lo zampino? Vent'anni a concentrarmi per farmi venire un infarto fulminante che mi portasse dal Creatore, in compagnia della mia adorata Elvira! Macché, fino all'ultimo secondo sarò condannato a questa esistenza in amara solitudine! Tutta colpa di quella maledetta psicoterapia e quei farmaci che promisi di inghiottire per non dare più dispiaceri a chi mi stava attorno e mi voleva bene e anche , perché no, per me stesso. Smisi di prenderli lo stesso giorno del funerale, ma subito dopo l'artrite reumatoide fece la sua comparsa da prima donna. Una volta smaltito l'accumulo di farmaci che avevo in corpo, entusiasta dell'idea che a cent'anni saltare da un primo piano è come per un giovane buttarsi da un burrone, con lento, costante furore mi diressi verso la finestra, ma mi fu pressoché impossibile scavalcare il davanzale. Anzi, ci restai indegnamente incastrato per un po' di ore, con una gamba dentro, l'altra fuori. “Taci! Non c'è mal che venga per nuocere!” mi dissi in quanto, se non altro, la psicoterapia mi aveva insegnato a ragionare in positivo, e quindi, concludendo che era pieno inverno, il mattino dopo mi avrebbero ritrovato, forse un po' ridicolo, ma comunque più rigido di un baccalà. Nella mia posizione, per la mia età da fachiro con il davanzale al posto dei chiodi, meditavo che finalmente il tormento aveva uno scopo, come il dolore del parto anche se per me non era un arrivo, ma una definitiva partenza. E tra un pensiero e l'altro, sicuramente dovuto al freddo che si faceva sempre più sentire, mi venne voglia di fare un po' d'acqua “ Ma sì, facciamoci l'ultima pisciatina dell'esistenza! Innaffiamo le piante del cortile, mia cara proboscide!” Maledizione a me! Quella vecchiaccia, piaga bubbonica della vicina di fronte, da tutti considerata una pia donna, vedendomi dal cancello mentre tornava dalla messa, prima che le venisse l'infarto di fronte alla scena, diede un urlo tale da richiamare persino i pompieri. Ed ecco che trasmisi la mia sorte a lei. Evidentemente quella cornacchia non aveva un orologio in testa così sviluppato come il mio. Insomma, posso giurare di averle provate tutte. Non ho da recriminarmi, quindi, se non altro morirò in pace con la mia coscienza.
Solo due dita mi sono rimaste relativamente funzionali e grazie a questa modernità del computer portatile, sto dando sfogo, in attesa di raggiungerti, a quel che è stato il mio unico pensiero da quando ti ho conosciuta, tu e solo tu, mia amata Elvira.
Ricordi il nostro primo incontro? Che disastro! Ma tu non sai... Mi sono sempre vergognato a dirtelo...Adesso non ha più senso tacere, tanto lo saprai già perché te l'avrà raccontato il Buon Dio per farti passare il tempo... Lo so, ne sono certo, pure tu mi aspetti per festeggiare, in un canto all'unisono delle nostre anime, il giorno del mio ultimo compleanno.
Sarà meglio che inizio la mia confessione, prima che mi penta. Dunque... Da dove inizio? Da uno dei temi di italiano che scrissi in classe l'ultimo anno, quello della maturità, a scuola serale per ragionieri, giusto giusto il giorno dopo il nostro primo “scontro”:
“... Altro esempio sull'importanza del contesto è la parola “campo”:
C'è un campo di battaglia dove gli ufficiali per salire di grado giocano a far la guerra sulla pelle degli altri. C'è un campo dove per lunghi anni ed a ogni stagione il contadino ha seminato, coltivato e raccolto il grano, per poi, farselo ingenuamente strappare dagli sfruttatori di oro nero. C'era una volta un campo dove ci si trovava causa le cattive lingue o per essere nati sotto una certa stirpe o ancora, per l'onore della patria, con la conseguenza, che spesso, pur non avendo né arte né parte, si veniva messi in concentramento sotto il mirino di un fucile o sulla via di una camera a gas per essere sterminati. Vi sono dei campi di forza, magnetici ed elettrici che ricordano con le loro attrazioni e scintille le vicissitudini dell'animo umano, e quella misteriosa energia che si scatena quando nasce l'amore. E potremmo dire, anzi, lo affermo per esperienza e a ragion veduta, che vi è un campo dove, ahimè, tutti questi significati convergono e si esplicitano... Permettete: ' Il Campo di Calcio!'”
Ero stanco, terribilmente assonnato, ma non potevo fare a meno di meditare come a volte una parola in più o in meno, un'interpretazione deviata dalle circostanze può cambiare la vita, il destino di una persona. In questo caso, quasi fosse il fato che mi lasciava almeno uno sbocco, proprio il mio.
“Parimenti potremmo dire della parola 'calcio'”- continuavo a scrivere quasi in maniera ossessiva- “ C'è il calcio al pallone, il calcio che si deposita nelle ossa e quel tipo di calcio in un certo posto, o a parole o a fatto compiuto, come quello che il sindaco di Arquata Scrivia, la signorina Elvira, mi avrebbe dato tutt'altro che delicatamente domenica scorsa, mentre arbitravo maldestro la partita con la squadra del suo paese. Era evidente dal suo sguardo in fiamme che sarebbe passata dall'espressione all'azione, se niente niente avesse saputo che ho l'occhio nero perché mentre ero sul treno le ho buscate di santa ragione dal “nano malefico”. Mi avrebbe proprio sepolta l'anima dalla vergogna, sarebbe stato più onorevole finire direttamente in “campo santo”, ed ecco un altro significato ...”

“Su! Su! E' finita l'ora, consegnate il tema!”- disse ad un tratto l'insegnante d'italiano scattando dalla sedia per strappare come un fulmine il foglio protocollo nel primo banco, proprio il mio. E poiché fui colto di sorpresa e sapevo ben bene quello che la realtà emotiva del momento mi aveva trascinato a scrivere, con la mia penna in mano pregavo inutilmente mi venisse riconsegnato, mentre quella infantile professoressa col nasone al in su vociferava come una gallina “ Piantala Michele, non fare il bambino ribelle, capriccioso e viziato! Pure questo devo insegnarti! Sei ancora molto immaturo... Se continui a rincorrermi per farti ridare il tema, mi sa che ti aspetta un altro anno prima dell'esame! E' ora di crescere bimbo mio!”
“ E adesso?...La devo finire di andare in trance quando scrivo!” -pensavo mentre uscivo dall'istituto - “ Mi vedo già quella zitellaccia con lo sguardo da saputella che sogghignando sotto i baffi mi chiede di leggere alla classe il mio tema, con la scusa che è il migliore, e le risate dei miei compagni prima che io apra bocca, tanto, sanno già tutto grazie a quella vendicativa pettegola. Domani persino quella specie di mummia che gira per le classi fingendo di svolgere il suo dovere da preside, appena mi vede resuscita in una sganasciata da infarto... Se solo mi dava il tempo di spiegare il perché delle vicissitudini in cui son venuto a trovarmi per via di quella che doveva risultare una ridicola partita di calcio in un paesino sperduto del Piemonte, avrei pure scritto e alla faccia sua, che è inammissibile per me un comportamento scorretto, che sono più che noto nell'ambiente del Collegio Arbitrale per la mia irreprensibilità e che, quindi, voglio tornare ad Arquata Scrivia a chiarire e scusarmi col Sindaco Elvira. Confido nella sua comprensione e spero vivamente che si ricreda sul mio conto. Mal che vada, visto che mi fanno arbitrare la seconda partita, le dimostrerò di quale pasta sono fatto e come si dice in gergo, darò a lei e al pubblico “un bianco impeccabile”.
“La deve finire di umiliarmi , quella maestrina da quattro soldi!” -continuavo imperterrito col mio chiodo fisso, nonostante le mie sagge riflessioni- “Ogni occasione è buona... tutto perché non so cosa farmene del suo sguardo concupiscente e non faccio cadere la penna per sbirciare sotto la sua cattedra come i miei compagni, quando lei provocatoriamente divarica le, devo dire ad onor del vero, attraenti gambe.”
Strada facendo verso casa, non riuscivo a distogliermi dai miei pungenti pensieri e uno dopo l'altro si accavallavano nella mia ormai confusa mente. “ Se non fossi di questa timidezza estrema, non sentirei il bisogno pressante di scrivere e a questo punto nessuno saprebbe degli affari miei... Anche fare il macchinista del treno sempre solo soletto, quanto meno avrei saputo dai colleghi del noto “nano malefico” che gironzola tra prostitute, droga, furti e risse... Primo, non avrei parlato stupidamente al cellulare col mio compagno del piacere mentale che mi provoca la lettura di racconti... E sì, sono peggio di un bambino! Ma solo in questo, sia ben chiaro! E quindi, mi sarei morso la lingua prima di parlare di Gulliver e del suo fantastico viaggio a “Lilliput”... Ma chi poteva immaginare che quel “tappo” seduto nelle poltrone a fianco mi stava spiando? E soprattutto chi avrebbe mai detto che un esserino all'apparenza innocuo ed indifeso potesse scatenarsi con quella furia da tigre del Bengala?... Mi ha proprio preso alla sprovvista e poi nonostante la mia cintura nera, non sono stato in grado neanche di sfiorargli un capello... Ma perché non divento adirato, con quell'impeto collerico ed incontrollabile che vedo spesso negli altri? Avesse colpito il mio anziano vicino di casa, gliene avrei date di santa ragione, invece, per me stesso sono il solito babbeo, ho soltanto parato i successivi colpi che intendeva infliggermi... Comunque sia, inutile nasconderlo, ho l'occhio nero...”
Ma, stranamente, quella notte non ebbi, come al solito quando mi lasciavo trascinare inevitabilmente dal mio sensibile animo fino all'ossessione maniacale, neanche un accenno di incubo. E la mattina dopo, seppur con l'occhio che non accennava a schiarirsi e mentre mi guardavo allo specchio con un entusiasmo che non provavo da tempo immemorabile, mi dicevo canticchiando: “ Arquata Scrivia! Stazione di Arquata! Arquata la bella! Gli orari del treno devo guardar, cambiare il turno e guidando, nel cuore del tuo sindaco poter alloggiar!!!” . E così feci.
Pensai che la cosa migliore era presentarsi spontaneamente, senza preavviso, onde evitare pregiudizi, agguati, accuse ed interrogazioni di terzo grado. “Se colgo Elvira di sorpresa, non potrà che gradire e perdonarmi”- mi dissi... stupidamente, eri già pronta a qualunque evenienza, all'attacco!!!. Appena sceso dal treno e lungo le strade vedo degli enormi manifesti con la scritta: “III° incontro ' Il vostro sindaco si mette in discussione'. Prossima partita di calcio fuori casa con la squadra con cui abbiamo perso grazie, senza fare nomi, ad 'occhio nero'. Misure e provvedimenti. Vi aspetto numerosi in Piazza Bertelli!!!”

Entrai dal tabacchino con la scusa di comprare le sigarette, anche se da fumatore accanito ne avevo sempre i taschini pieni e chiesi - “Ho letto dai manifesti che il vostro sindaco usa mettersi in discussione. Non è da tutti, ancor meno da chi ormai ha raggiunto il potere. Sarà molto apprezzata dai suoi concittadini, vero? Sta mica progettando una caccia all'uomo, ad 'occhio nero', per caso?”. Dopo statici secondi di sguardi diffidenti, l'uomo al bancone si degnò di rispondermi - “Mi sembra di averla vista da qualche parte...mah! Mi verrà in mente...”- “Speriamo di no! Meno male che nel frattempo l'orbita mi si è schiarita”- pensavo tra me e me. E continuò - “E chi lo sa? Non mi meraviglierei più di tanto se così fosse... Una cosa è certa, in men che non si dica progetta qualunque piano machiavellico. Niente di losco o di ingiusto intendiamoci. “Un po' da isterica zitella?” commentai provocatoriamente per accertarmi della presenza o meno di predatori in agguato. “Ma niente affatto! E' da sola per scelta. Una delusione dopo l'altra... La verità è che nessuno ha saputo capirla, insomma, non ha trovato nessuno alla pari, tutto qui!” rispose l'uomo e continuò “Lei mi da l'impressione di essere uno scrittore, forse un giornalista? Sa? Spesso metto alla prova la mia ormai decennale intuizione a contatto col pubblico...”- “ Beh! Ha un buon intuito lei! Diciamo, per rispetto alla mia privacy, che mi diletto, purtroppo o per fortuna ,a scrivere...”- risposi un po' furbescamente, senza però aver detto menzogna, lasciandogli intendere quel che preferiva -“Allora le dico, ma per carità di Dio non lo pubblichi, che a parte qualche invidioso che non è stato eletto, le abbiamo dato affettuosamente ed a sua insaputa, un appellativo... Non so... e se poi lo viene a sapere?”- disse con imbarazzante entusiasmo, ma gli si leggeva negli occhi che aveva una grande voglia di sputare il rospo per fare onore al suo stimato sindaco- “ So anche essere una tomba...”- risposi cercando di nascondere la mia frenetica curiosità - “ Dunque...” - iniziò un po' insicuro sul continuare o meno, ma andò avanti - “... La buon'anima di suo padre ci raccontò che nel preciso istante della nascita di sua figlia un raggio di luce illuminò splendidamente quella notte il cielo, quasi a voler indicare il suo destino ed il suo modo di essere. Non è arquatese di nascita, ma se finalmente abbiamo un po' di progresso e di onestà, non possiamo che ringraziare la terra che l'ha vista nascere, la Spagna... Insomma, per noi arquatesi è la nostra “Meteora” e guai a chi ce la tocca! - concluse dando un profondo respiro di sollievo.

Cosa non uscì dalla tua bocca, mia cara, in quella specie di conferenza in Piazza Bertelli! Ma più parlavi contro di me e più io pendevo dalle tue labbra. Emanavi quell'entusiasmo, quella fiducia e dico tutte, ma proprio tutte, quelle qualità che sono sempre mancate in me.
Non potevo rinunciare a te, ma non potevo neanche presentarmi date le circostanze. Perciò mi dissi che una volta tanto, il mio vizio di scrivere doveva servirmi a qualcosa oltre che a fare il ridicolo a scuola e iniziai a scriverti anonime lettere d'amore. Mi firmavo: “Il Viaggiatore”. Chissà se avevi capito che ero io? Stranamente non me ne hai mai parlato di quelle lettere e io neppure. Cosa si può desiderare di più al mondo che essere amati dalla donna del cuore che contemporaneamente riceve scritti di passione da un altro uomo?
Pure tu, mia amata, custodivi in soffitta i tuoi più intimi segreti. Ma la tua riservatezza era di gran lunga superiore alla mia. Qualche anno fa fui costretto a sistemare il tetto, gocciolava durante la pioggia purtroppo. Nascoste dietro la vecchia trave tagliata, una ad una, nascondevi tutte le mie lettere. Avevi pure disegnato un cuoricino in quel pezzo di legno che faceva discretamente da tappo. Ma chi l'avrebbe mai immaginato che dietro vi era un vuoto talmente profondo da contenere i miei pensieri rivolti a te, amore mio, giorno dopo giorno dal primo fino al ultimo della tua dipartita? Meravigliosa Elvira, solo tu potevi osare di distruggermi l'anima e contemporaneamente ridarmela. Col tuo gesto mi hai dato la forza di sopportare la mia solitudine in questi ultimi anni.
Uno dopo l'altro, ho riletto quasi la totalità dei miei scritti, e come per la vita, anche in questo ho pressoché raggiunto la linea di arrivo. Mi manca l'ultima lettera che è avvolta in modo particolare rispetto alle altre e che spero di gustarmi in queste ultime ore in attesa che il mio cuore la smetta di battere. A proposito, volevo confessarti la mia incommensurabile ammirazione. Sapevo della tua precisione, ma non fino a questo punto: l'intera serie di lettere in perfetto ordine cronologico ed ineccepibile stato di conservazione.
Che bello quel giorno della partita! Come avrei potuto immaginare che quel fantastico ed incredibile sogno stava per convertirsi in realtà. Affermava proprio il vero quel fedele “tuo suddito”, il tabaccaio. Ma altro che Meteora! Un Fulmine! Un Vulcano! Come un razzo, a fine partita, scendesti in campo per abbracciare i tuoi compaesani vincitori e finito il giro, guardandomi con gli stessi occhi di fuoco della nostra prima conoscenza, ma stavolta senza lasciarmi il tempo di restare senza fiato, me lo togliesti alla faccia di tutti, con un bacio in bocca che perennemente oltre alle labbra, ricordano i miei visceri.

E che dire del nostro matrimonio e dei nostri figli... Due anni or sono, la nascita della piccola, ma simpaticamente pestifera Elvira, mi ha fatto diventare trisavolo. E' quasi il tuo ritratto, peccato che non ho più le forze per giocare con lei. In compenso le ho recitato qualche favola e ne deve essere rimasta colpita, positivamente intendo, perché la prima cosa che fa quando viene a trovarmi è arrampicarsi sulla sedia per prendere i libri e porgermeli in mano; si siede al mio fianco prendendomi a braccetto mentre appoggiando su di me la sua testolina, tiene d'occhio sia il libro, sia l'espressione della mia persona. Io stento ad iniziare, facendo finta di non capire. Allora, mi guarda con occhi penetranti, per poi con la sua manina ed un sorriso soffiarmi un bacio. Quindi inizio, e lei da un lieve sospiro di sollievo. E' proprio una birba come lo eri tu! Non capisco però perché nostro nipote, suo padre, la controlla ed osserva continuamente. Penserà mica che sono un rimbambito da raccontare storie alla piccola non adatte alla sua tenera età? Ma quello che non sopporto di lui è che, proprio quando la bambina sembra essere in estasi mentre ascolta la favola, sussurra: “ Non dovevo chiamarla Elvira...” . Ma insomma, la cosa ti offende e mi adira! Non posso però contestare, primo perché è sempre presente la bimba, secondo lo dice talmente sottovoce credendomi sordo che potrebbe insinuare che mi ha dato di volta il cervello, cosa che data l'età risulterebbe più che credibile all'udito degli altri. Comunque, sai cosa penso? Che l'inesauribile intelligenza che lo ha portato ad ottenere i suoi diplomi, lauree, trofei e riconoscimenti, l'ha pure fatto diventare un cretino di prima categoria nella vita. Ecco, finalmente l'ho detto!!! Non sa apprezzare quel dono meraviglioso di rendere serene e gioiose le persone che ti stanno intorno, come emanavi tu da ogni poro della tua pelle e così la piccola Elvira. Ci sarà un altro Michele che non se la lascerà scappare. Non sarò più in questo mondo quando il loro matrimonio avverrà, ma ne sono certo e quindi rido ora alla faccia del padre, di nostro nipote.
Non c'è mai stato un giorno di monotonia con te, né di noia. Hai sempre saputo coltivare, nutrire e accrescere il nostro amore, anche se mai una volta mi hai detto di amarmi. “Riprova domani, forse sarai più fortunato!” mi dicevi sogghignando con malizia femminile quando ti chiedevo conferma dei tuoi sentimenti dopo una notte folle di passione. Riflettendo un po' ora, mi pongo la domanda di chi dei due era più timido, va bé lo scoprirò presto, tra qualche ora, quando il rintocco delle campane spegneranno le centoventi candeline della mia torta, offrendomi il regalo di portarmi in Cielo, vicino, stretto stretto a te. Da dove poi ti venivano queste energie inesauribili, chi lo sa? Casa, figli, lavoro, i tuoi hobby e... Me!!! Indaffarata perennemente con premura ed entusiasmo!

Vedi, ora che sto parlando con te, il tempo scorre celere. Sarà perciò meglio che legga quell'ultima lettera di cui, sinceramente, non ne ho il ricordo e che con tanto zelo hai sigillato. Qualche pecca alla memoria doveva pur venirmi anche se non erano questi i patti... Pazienza! Mi fa persino senso scartabellarla con queste mie dita deformi e, quindi, maldestre, ma non posso agire diversamente. “Al Viaggiatore” ??? Ma allora questa...? Ma è una lettera di Elvira!!! Mi sa che questa è la volta buona per andarsene all'altro mondo con qualche minuto di anticipo!!! Calma, calma, calma Michele, non agitarti, non puoi prendere il volo verso l'aldilà proprio ora! No, non prima di averla letta! Su, rilassati!!! Rilassati!!! Rilassati!!!Due respiri profondi, anche dieci o venti se vuoi, data l'età, e poi all'attacco!!!... Va bene, sì, forse ce la posso fare... Coraggio, iniziamo:
“Mio Viaggiatore dell'anima, ho appena avuto la notizia che non mi resta molto da vivere ed ecco il perché di questo mio ultimo pensiero rivolto a te. Nessuno in famiglia sa del mio male, ho pure minacciato a morte il medico se niente niente insinua qualcosa a uno dei miei cari. Voleva convincermi a prendere la terapia ed eventualmente fare un intervento. Ferma io perché il mio cuore fa i capricci? Rintronata, pisciona in un letto? Tutti addosso a me, preoccupati, controllandomi di giorno e di notte senza lasciarmi fare un passo per conto mio? Non se ne parla proprio! Io non ci tengo a vivere più di quanto il destino mi ha predestinato. Quando sarà la mia ora, me ne andrò senza rimpianti né rimorsi.
Una sola cosa mi mancherà come l'aria ai polmoni: emozionarmi ogni giorno, sempre come fosse la prima volta, nel ricevere, aprire e leggere le tue lettere. Come fa a venirti in mente in ognuna qualcosa di nuovo e di originale? Sei incredibile! E poi che pazienza, quale devozione la tua. In fondo non ti ho mai risposto. Anche volendo, come avrei potuto fare?

Non sono così splendidamente perfetta come tu mi vedi, non è oro tutto quel che luccica. E' vero, come tutti in paese sanno ed io faccio finta di non sentire, che mio padre mi soprannominò “ La Meteora”. E' pure certo il fatto che quando nacqui nella mia terra, la Spagna, una meteora sfiorò il cielo nella mia città, proprio vicino a casa mia e che il mio modo di essere ci si addice, ma quel che i miei compaesani ignorano è che mio padre mi chiamava così soprattutto per il fatto che io, fin dalla più tenera età, viaggiavo estasiata con la mente, illuminavo con la mia vivacità ovunque mi trovassi e chiunque mi fosse accanto, e agivo incontrollabilmente, quasi fosse convinta dentro di me, inconsciamente ed al cento per cento di essere una vera e propria meteora!
Proprio così, da ragazza e poi da adulta ho rischiato il manicomio! Mio padre, uomo paziente e adorabile, mi portò da non so quanti specialisti, che regolarmente sbagliavano terapia peggiorando drasticamente la mia situazione sempre più pindarica. Mi rifiutai quindi, dopo l'ennesima volta, di assumere qualsiasi farmaco, asserendo cocciutamente che con la mia intelligenza e buona volontà, avrei risolto da me. “ Chi fa da sé fa per tre ed io che sono più forte di queste sinapsi neuronali farò per dieci”. Mi ero, per modo di dire, arresa in quanto io non soffrivo, anzi, avevo una sensazione meravigliosa in testa ed energie da spendere e regalare. Fino ad un certo punto però, poiché man mano nel mio pensiero un'infinità di idee iniziavano ad accavallarsi velocemente, ed incapace di frenarle mi mandavano in pappe la sostanza grigia. E di lì, tutta quella forza che dapprima consumavo in azioni e progetti positivi, si trasformava in confusione, insofferenza a tutto e a tutti, irritabilità, incoscienza nel prendere qualsiasi decisione ed infine, una ricerca sempre più disperata nel voler tornare allo stato emotivo precedente e pur di riprenderlo, senza prudenza né inibizione di sorta mi avvalevo di qualsiasi sistema o meccanismo a mo' di surrogato.
Mio padre, testardo più di me, mi chiese supplicante di provare ancora a farmi visitare, soltanto una volta, presso uno studio medico di specialisti che qualcuno gli aveva consigliato. Ed io, dapprima furiosa, vedendo disperatamente piangere mio padre per la prima volta in vita mia, accettai. “Ultimo ritrovato per la schizofrenia”- così disse quell'idiota che sarebbe stato da denunciare e bandire dall'albo! Non so neppure io come mi sentivo dopo la decima maledetta pillola, ma sta di fatto che iniziai a salire i piani uno dopo l'altro fino all'ultimo, il quindicesimo, dove tentai un volo meteorico nel quale mi ci mancò poco a restare appiccicata per terra.
A quel punto mio padre mi porto in Spagna presso un bravo psichiatra, il quale mi diagnosticò la “Sindrome Maniaco-Depressiva”, nel mio caso più maniaco che depressiva. E così, mio caro Viaggiatore, “litio” dopo “litio” eccomi qua a raccontartela.
La depressione la conosco ben poco per fortuna, al punto che ho sofferto di “Euforia post-partum”. E' forse per questo che mi trovo in particolare sintonia con le persone che, come te, lasciano trasparire nei propri pensieri quella malinconia che profuma l'aria di profonda trascendenza.
Comunque, da persona razionale quale ritengo di essere mi sono documentata tutto quel che potevo, ma senza ossessionarmi, sul “Disturbo Bipolare”. Sì, si chiama pure così perché sono i due poli opposti nella stessa persona. Quel che mi ha colpita è il fatto della famigliarità, quindi, mi sono mille volte raccomandata con figli e nipoti. Ai primi sintomi prendere provvedimenti. Mai trascurare quel che può sembrare bizzarro o un momento di svogliatezza. E tramandare il tutto di generazione in generazione anche se non si sono presentati più casi. Sempre all'occhio!!! Mi hanno giurato e spergiurato che lo faranno, quindi, sapendo che le mie future generazioni pur essendo a rischio avranno tutti una intelligenza minimo spiccata, so che non trascureranno la cosa e quindi posso morire in pace.
E adesso veniamo a noi, sì, a me e a te, amore mio. Lo so, non te l'ho mai detto, sotto sotto sono terribilmente timida. Mi dispiace tanto non averti mai dato questa piccola-grande soddisfazione, ma spero tu sia riuscito a leggere questa mia lettera.
Sapevo di non sopravvivere quanto te, io ho vissuto la mia vita più che intensamente e a dire il vero, lo dimostra il mio cuore, morirò esaurita. Ma sapevo anche che prima o poi saresti stato costretto a riparare il tetto della soffitta e quindi a scoprire questo straordinario, quasi fatto apposta, nascondiglio segreto, nido delle nostre vite, dove tra poco poserò, mettendola per ultima, questa mia unica lettera.
Fin dai tuoi primi pensieri capii con la mia testolina machiavellica che non potevi essere che tu. Mai fidarsi di un tabaccaio con una memoria di fuoco e appassionato di calcio. Chi l'avrebbe mai detto, dopo aver proclamato peste e corna contro di te? Mi venne un desiderio irrefrenabile nei tuoi confronti e mai quella passione per te, Michele, dico mai e poi mai, mi ha abbandonata.
Ti aspetterò con quella serenità, quella pazienza e quell'amore che tu in tutti questi anni mi hai donato. Ma rammenta che durante il cadenzato rintocco delle campane che scandirà il tuo viaggio, una meteora si soffermerà un attimo vicino a te mentre starai chiudendo gli occhi, per poi continuare nel suo cammino. E a quel punto la luce brillerà ancor più intensamente Lassù nel Cielo, saranno le nostre anime unite nell'Amore per l'eternità!”

Elvira

Gigliola Dassori
Arquata Scrivia 8 Settembre 2007

Che dirvi? Spero di farvi onore... Sono sempre io, sia Michele che Elvira, nei miei due momenti, quello della mania e, più che di depressione parlerei di, quello di malinconia. Inizialmente Elvira, la mania, non sopporta Michele, così come lui non capisce perché l'insieme delle circostanze l'hanno portato a fare quella brutta figura. In pratica si dice -'Non sono io questo!'- E nel voler dimostrare ad Elvira che lui non è una frana, se ne innamora, così come Elvira intuisce che Michele è la sua parte mancante perdendo il senno per lui, fregandosene di tutto e di tutti. Separatamente, lei va per i fatti suoi, a vincere le sue crociate, e lui soggetto a mille travagli, disquisizioni, pensieri ossessivi che lo tormentano. Ma insieme sono una forza che travolge. Michele si dispera quando muore Elvira, ma la mania, voi lo sapete, non sopravvive a lungo. Sia uno, sia l'altro si aspettano, anche se i sentimenti non sono mai esplicitamente espressi, poiché ognuno è molto fiero di se stesso e non ammette, se non anonimamente, di amare l'altro. E solo quando sono all'unisono brillano “bipolarmente” ( il doppio) in quella magnifica meteora che rappresentiamo ognuno di noi.
Con Amore a tutti voi
Michele ed Elvira





# Posté le dimanche 15 mars 2009 08:34